giovedì 30 aprile 2009

Lavoro e disoccupazione - retribuire la disponibilità al lavoro


30/04/09


Del riconoscimento del “valore lavoro” e della disoccupazione L’uomo con il suo lavoro è riconosciuto nella società non solo come singola esistenza ma anche per le sue azioni e per le sue capacità. In Italia il primo articolo della Costituzione riconosce il lavoro e lo considera come elemento fondante della stessa Repubblica (art. 1 - L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.). Nonostante l’enunciato costituzionale in Italia convivono buoni elementi di riconoscimento del “valore lavoro” insieme a forme gravi di disconoscimento. La necessaria condizione per poter riconoscere il “valore lavoro” si concretizza con la possibilità sociale data ad ogni uomo di potere esercitare un lavoro autonomo o dipendente. La condizione di disoccupazione, con il mancato riconoscimento delle proprie capacità crea a chi cerca lavoro un grande malessere. Se alla condizione di disoccupazione si somma anche la mancanza di mezzi per sopperire ai bisogni primari, l’insieme che si viene a creare è capace di dilaniare un singolo individuo e la stessa collettività. La condizione di disoccupazione emargina uomini e intere famiglie; crea sacche di attività ai margini della legalità; colpisce la vita affettiva; può provocare gravissimi squilibri psichici; e in casi estremi può portare al suicidio. La condizione di disoccupazione nel nostro paese esiste per tanti cittadini italiani, nonostante ci siano centinaia di migliaia di lavoratori stranieri; ed è più forte e più lacerante di quanto si possa credere. Non è solo misurabile con una percentuale perché si è aggravata sotto il profilo esistenziale. Se è vero che molti cittadini italiani cercano un lavoro meno umile, perché pensano di utilizzare un titolo di studio che hanno conseguito, è anche vero che, quando sono disposti a fare un qualsiasi lavoro manuale, non lo trovano perché spesso si tratta di lavoro in nero e massacrante; e chi offre una occupazione massacrante preferisce offrirla a lavoratori stranieri molto più facilmente ricattabili sul piano della disperazione. Nel nostro paese si è accettata la logica della ricerca del lavoro con il sistema più selvaggio del fai da te; le liste pubbliche di attesa nei fatti non sono più usate, essere disoccupati da più tempo non dà nessun requisito di precedenza; un lungo periodo di disoccupazione viene visto dal datore di lavoro come incapacità di adattamento. Nel nostro paese la disperazione di non trovare lavoro è un fatto privato anche se la Repubblica si fonda sul lavoro. Dei modi per affrontare la disoccupazione I modi per diminuire la gravità della condizione di disoccupazione involontaria sono molteplici, vanno percorsi tutti e non ci si può basare su una sola ricetta. Un primo modo è quello di diminuire il tempo di lavoro degli occupati per far sì che venga creata una nuova fonte di occupazione. Ma per far sì che tale modalità possa essere perseguita è necessaria la solidarietà dei lavoratori occupati e delle stesse imprese che offrono lavoro. I lavoratori occupati tendono a mantenere il proprio livello di reddito e ad aumentarlo, spesso sono più disponibili ad incrementi di lavoro straordinario piuttosto che vedere diminuito il reddito con un corrispondente aumento di tempo libero. Per un imprenditore che intende pagare complessivamente € 100 per ogni 10 unità di prodotto, potrebbe essere indifferente pagare un solo lavoratore che porta a termine le dieci unità o pagare € 50 due lavoratori che realizzano 5 unità di prodotto ciascuno. Ma purtroppo il problema non è solo matematico. La domanda che si pongono i lavoratori, quando si parla di riduzione di orario, è: possiamo con una retribuzione più bassa mantenere il nostro tenore di vita? La domanda che si pongono gli imprenditori è: possono più lavoratori con redditi molto contenuti diventare consumatori dei beni prodotti? Si viene pertanto a creare una reazione negativa alle diminuzioni di orario di lavoro perché: le aziende non sono disposte ad aumentare i costi, i lavoratori occupati non vogliono una diminuzione dei salari, e, infine, le stesse aziende preferiscono lavoratori con più accentuate capacità di consumo. Una drastica diminuzione del tempo lavoro viene di conseguenza a trovare diversi oppositori. Diventa praticabile solo in momenti particolari di crisi con i contratti di solidarietà, quando lo spettro del licenziamento comincia a gravare in modo generalizzato all’interno di un’azienda. In tempi normali la strada della diminuzione del tempo lavoro è percorribile solo gradualmente, con l’acquisizione, da parte dei lavoratori, di una consapevolezza della preziosità del tempo liberato dal lavoro; tempo che può essere dedicato alla famiglia, all’educazione dei figli, all’elevazione della propria cultura, ed anche a forme di lavoro autonomo. Un altro modo per diminuire la disoccupazione è quello di incrementare tutte le possibilità di lavoro autonomo, incoraggiando tutte le capacità creative. Creare e sviluppare, anche, la possibilità di utilizzo di una doppia fascia di lavoro: una parte dipendente e una parte autonoma, facendo in modo che i lavoratori che scelgono un lavoro a part-time possano dedicarsi agevolmente anche a un lavoro autonomo. Macroimprese che offrono lavoro dipendente e microimprese fondate sul lavoro autonomo sono elementi diversificati di una potenzialità produttiva, spesso le microimprese diventano esse stesse capaci di offrire nuove opportunità di lavoro. Ma il lavoro autonomo e la microimpresa debbono essere liberati, dalle barriere corporative, da intralci burocratici, e la stessa fiscalità deve essere semplice (spesso la complessità fiscale scoraggia più dell’entità fiscale). Un altro modo è quello degli interventi pubblici: attraverso organismi comunali, regionali e dello Stato, si possono utilizzare i lavoratori disoccupati per la costruzione di opere di pubbliche o per servizi di pubblica utilità, avendo cura che tali lavori vengano a comportare un reale beneficio per la collettività. La molteplicità d’interventi di pubblico interesse può essere la più varia. In particolare sono rilevanti investimenti nella produzione di energie rinnovabili e conservabili e nella la bonifica ecologica del territorio. Inoltre, lo Stato può investire sull’accrescimento delle conoscenze attraverso la scuola e la formazione; investimento nel fattore di produzione più prezioso, il fattore umano. Un altro modo per ridurre la disoccupazione è quello di rendere più umano e funzionale il lavoro a tempo determinato. L’introduzione di maggiore “flessibilità”, viene considerata una misura necessaria per le ristrutturazioni aziendali e per aumentare l’offerta di prodotti quando si verifica una maggiore richiesta di mercato; e viene altresì considerata come una potenzialità in grado di aumentare l’occupazione. L’uso dei contratti a tempo determinato, può avere una influenza positiva sull’occupazione ma se aumenta il ricorso a tali contratti gli effetti negativi diventano preponderanti. Nei contratti a tempo determinato e a progetto, il potere discrezionale di un mancato rinnovo, tiene in una condizione di soggezione psicologica il lavoratore, annulla ogni ipotesi di rivendicazione salariale di chi ha un contratto a tempo determinato e comprime le rivendicazioni salariali dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Sacche elevate di lavoratori precari frenano la stessa economia e la domanda interna; la propensione al consumo di questi lavoratori è estremamente limitata ed ha la duplice capacità di riflettersi anche in una riduzione dei consumi delle famiglie dei genitori dei lavoratori precari; l’incertezza di una retribuzione e l’incertezza previdenziale futura, non possono certo spingere la domanda interna di consumi. L’avidità di quegli imprenditori che speculano sul precariato si ritorce sulle aziende corrette e sull’intero sistema. Allora se la “flessibilità” è utile per le ristrutturazioni aziendali e per un maggior aumento della produzione in presenza di domanda di mercato, occorre rispondere coerentemente: ad una maggiore utilità deve corrispondere una maggiore retribuzione. Una maggiore retribuzione per il lavoro a tempo determinato scoraggia l’uso costante del lavoro precario e può stimolare gli imprenditori a trasformare i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. La parte di maggiore retribuzione per il lavoro a tempo determinato deve diventare contribuzione da devolvere all’INPS a fine di incrementare il fondo per la disoccupazione involontaria, in modo che il lavoratore a tempo determinato possa avere una indennità retributiva nei periodi di mancato impiego. Della retribuzione della disponibilità al lavoro Ma in caso di una mancanza di offerta di lavoro di pubblica utilità; in caso di difficoltà permanenti, pur perseguendo prioritariamente tutti i modi sopraesposti: lo Stato deve garantire un salario minimo di sopravvivenza. Questo salario o stipendio o paga, come lo si vuol chiamare, deve retribuire non tanto la cosiddetta disoccupazione ma “la disponibilità al lavoro”. Chi cerca un lavoro non dovrebbe essere più chiamato disoccupato, ma “lavoratore disponibile al lavoro”, una ricchezza umana in potenza per la stessa società che può essere utilizzata in modi diversi. La disponibilità al lavoro fa parte del “valore lavoro” e va riconosciuta dalla società. L’affermazione di un riconoscimento della “disponibilità al lavoro” necessità la fondazione di istituti atti a recepirla. La retribuzione della “disponibilità al lavoro” dovrebbe essere ancorata ad una effettiva dimostrazione di disponibilità attraverso l’iscrizione a più liste pubbliche di collocamento. Il costo complessivo di una retribuzione della disponibilità al lavoro, perseguendo insieme tutti gli altri modi di contenimento della disoccupazione, viene ad essere molto limitato. Una retribuzione alla disponibilità al lavoro che viene sospesa nei periodi di occupazione, ancorata alla effettiva reperibilità, con delle buone regole applicative e supportata da controlli per fare emergere il lavoro nero, non ha costi elevati e la società ne può trarre un beneficio economico e sociale. Il beneficio che ne può trarre la società è notevole: stabilizzazione della domanda interna di beni di consumo; diminuzione delle sacche sociali di illegalità; possibilità di fare emergere il lavoro nero con relativo aumento delle entrate fiscali. Quello che abbiamo oggi non è certo preferibile: una domanda interna instabile che genera crisi economiche di sovrapproduzione in tutti i settori produttivi; sacche elevate di illegalità che creano gravi problemi di ordine pubblico; malessere sociale diffuso. I fondi per la retribuzione della “disponibilità al lavoro” debbono provenire dalle imprese, dai lavoratori, e dallo Stato con la sua fiscalità complessiva; poiché vengono a beneficiare di questo istituto imprese, lavoratori e società nel suo complesso. In Italia la soluzione della Cassa Integrazione è stata una buona soluzione di difesa per i lavoratori delle aziende più grandi; questo mezzo va difeso, sostenuto e potenziato. Il nuovo istituto non deve essere visto in modo sostitutivo della Cassa integrazione, ma come un nuovo istituto di garanzia per i lavoratori delle piccole aziende che non hanno la copertura della Cassa, per tutti lavoratori precari, e per tutti quei lavoratori che pur volendo non riescono ad avere neanche un primo impiego. Non siamo nel campo delle utopie ma nel campo delle reali necessità a cui si può e si deve dare risposta. francesco zaffuto

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(immagine – “alla ricerca della libertà” china © francesco zaffuto)

lunedì 27 aprile 2009

Berlino: no alla Religione, meglio l’Etica per tutti


27/04/09

Con il referendum che si è tenuto ieri, 26/04/09, i berlinesi scelgono l’Etica come materia obbligatoria per tutti. L’affluenza alle urne è stata bassa, ma il quorum in Germania si raggiunge con il 25% degli elettori.
Il referendum, indetto dopo una raccolta di firme di "Pro Reli", organizzazione sostenuta dalle chiese e dalla Cdu (il partito della cancelliera) chiedeva ai berlinesi se volevano ripristinare la pari dignità dell'ora di religione con la lezione di etica. Attualmente a Berlino - capitale, ma anche città-Stato, uno dei sedici Bundeslaender - diversamente da altrove in Germania, l'etica è materia obbligatoria mentre la religione è disciplina facoltativa: chi la sceglie deve fare un'ora in più.


In pratica i berlinesi hanno fatto la scelta laica di un insegnamento di morale per tutti; è prevalsa l’esigenza di costruire un denominatore comune in una società multietnica. Le reazioni delle gerarchie cattoliche sono state di biasimo, ribadiscono che l’etica può derivare solo da un insegnamento religioso.
In Italia attualmente abbiamo le cosiddette tre possibilità di scelta tra: religione cattolica (sulla base del Concordato), materia alternativa (non ben definita e lasciata all’invenzione delle singole scuole), ed esonero di partecipazione. La diatriba in Italia è stata lunga ed ha investito diversi organi dello Stato; oggi c’è addirittura stanchezza rispetto a questo problema e all’orizzonte nessuno si prepara a riaprirlo. Ma il problema esiste e prima o poi sarà sollevato; forse a sollevarlo saranno le comunità di altre religioni che chiederanno come materia alternativa l’insegnamento della propria religione.
Vale la pena di ritornare a una riflessione su questo argomento.
La scuola nella sua specificità è acquisizione di conoscenze ed esercizio ad una attenta e libera riflessione, non indottrinamento. L’etica fa parte della riflessione filosofica dell’uomo, quindi la materia è Filosofia; introdurre una materia chiamata “Etica” ha in qualche modo il sapore di un indottrinamento. Le religioni fanno parte della Storia dell’uomo e quindi studiare le religioni significa studiare la Storia delle religioni; introdurre una materia chiamata Religione , anche per la sua accezione al singolare, ha il significato di voler puntualizzare una appartenenza. Volere essere rispettosi della finalità della scuola come accrescimento delle conoscenze nella libertà dell’uomo, può significare soltanto: introdurre Filosofia e Storia delle religioni come materie per tutti; ovviamente nei diversi gradi di approfondimento che possono richiedere i diversi ordini di studio. Ognuno nella società, poi potrà riunirsi e professare le proprie fedi nelle proprie chiese. La Storia delle religioni e la Filosofia, possono essere l’occasione culturale data ai giovani per osservare quanto c’è di comune nelle aspirazioni e nelle preoccupazioni degli uomini.
francesco zaffuto
(immagine – “papaveri rossi tra le colonne dell’Acropoli” foto © maria luisa ferrantelli)
rendo attivo il link proposto dal commento anonimo sottoriportato

giovedì 23 aprile 2009

POSTA – l’attenta conservazione della corrispondenza è un diritto costituzionale

23/04/09
Per più di nove mesi la posta nel milanese è stata anche abbandonata agli angoli delle strade, ciò è stato lesivo di un diritto costituzionale; la mancata custodia lede il diritto alla segretezza tutelato dall’art. 15 della Costituzione. Oggi è forse in arrivo qualche provvedimento; a Milano si revocano gli appalti ai privati.
http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/09_aprile_23/poste_caos_revocati_appalti-1501238389424.shtml

Occorre ritornare ai postini con la carica di “Ufficiali postali”, postini che siano professionalmente formati sulla delicatezza del loro compito.
Qualche mese addietro avevo mandato una mail al Presidente della Repubblica dove lamentavo il mancato rispetto dell’art. 15 della Costituzione, penso che non sono stato il solo ad evidenziare quello che stava accadendo nel milanese.


Alcune settimane dopo, ho ricevuto una raccomandata dall’Ufficio postale di Milano; considerato che io alle Poste non ho scritto alcun messaggio, desumo che la Presidenza della Repubblica sia in qualche modo intervenuta. Il funzionario mi scrive che io non posso lamentarmi, perché nella mia zona non ci sono stati disagi; però qualche ricevuta di ritorno ancora aspetto di riceverla. In ogni caso il problema non è solo personale, ma generale, e mi auguro che le Poste finalmente scelgano l’indirizzo giusto....


lunedì 20 aprile 2009

CRISI 2009 E DOMANDA INTERNA


20/04/09
Anche se l’articolo che segue ha un carattere generale lo voglio dedicare ai precari della scuola, che hanno sostenuto il sistema scuola per tanti anni con il loro lavoro senza un minimo riconoscimento sul piano morale ed economico, e che sono stati visti spesso come un peso sociale.

La domanda interna si contrae di fronte a un previsto malessere causato dal possibile protrarsi della crisi economica; si sottraggono porzioni di reddito prima destinati ai consumi per destinarli al risparmio. Il giusto comportamento prudenziale nei fatti può fare aumentare la crisi stessa. Per fare ripartire la domanda interna sono necessari aumenti reali di salari e stipendi e spostamento di nuovo verso i consumi di quella parte di reddito che prudenzialmente sta prendendo la via del risparmio. Proviamo a fare un elenco degli elementi che particolarmente incidono come stati di incertezza e che spingono ad un eccesso di prudenza e risparmio. La condizione di precariato nel lavoro incide nella flessione della domanda interna in maniera duplice: contiene i consumi del lavoratore precario e della sua famiglia (sempre che se la sia riuscita a costruire); e contiene i consumi della famiglia di origine (genitori del lavoratore precario). Il lavoro precario tende a frenare la domanda di beni di più famiglie. Altri elementi che tendono a frenare la domanda sono l’insicurezza nella previdenza pensionistica, nella salute, nell’istruzione per i figli; tali insicurezze portano ad accantonare parti di reddito che vengono devoluti a fondi assicurativi o a diverse forme di investimento obbligazionario. La funzione di mutualità dello Stato, della sua capacità assicurativa collettiva, tende a fare diminuire gli stati di incertezza e crea una domanda interna più stabilizzata. Non è un caso che l’origine della crisi del 2009 sia soprattutto americana, negli USA la funzione mutualistica dello Stato è stata estremamente limitata, il risparmio è affluito verso compagnie bancarie e assicurative private che erano stimolate a fare fruttare il risparmio operando sul credito e determinando la crescita di una domanda interna drogata. Una grande sostegno al finanziamento del credito al consumo è stato l’aspetto rilevante di questa droga. Per fare riprendere la domanda interna allora non basta la semplice misura alchemica della Banca Europea di ridurre i tassi, fare arrivare denaro a basso costo alle aziende per sostenere una produzione invenduta non porta da nessuna parte, fare arrivare denaro per aumentare il credito al consumo riporta alle stesse condizioni che hanno determinato la crisi. Certo la diminuzione dei tassi riduce la propensione al risparmio ed aumenta la circolazione del denaro, ma è solo come una buona bevanda calda quando si ha un forte stato influenzale. Per uscire dalla crisi è necessaria una alchimia complessa atta a far riprendere la domanda interna ed atta anche a stabilizzarla. Alchimia complessa che deve essere posta in essere dagli Stati. Si può tentare di fare un elenco di ingredienti: - indirizzare la produzione verso nuovi prodotti (qui possono venire in aiuto tutte le scelte ecologiste); indirizzare verso la produzione di beni utili che non accrescano il disastro ambientale e anche verso la produzione della cultura e dell’arte; - incrementare realmente salari e stipendi per evitare consumi assistiti dalla droga dell’indebitamento; - forte contenimento del lavoro precario e forme di sostegno alla disoccupazione involontaria; - sostegno per la prima casa di proprietà per evitare il ricorso a mutui che strangolano i redditi medio bassi; - investimento in opere di pubblica utilità (e in Italia la stessa opera di prevenzione antisismica può essere il migliore e più umano degli investimenti); - incrementare e non abbandonare la mutualità dello Stato in materia di previdenza, salute e scuola; Lo stesso presidente Obama vede oggi nell’espandersi di una mutualità dello Stato una misura anticrisi; e a maggior ragione gli Stati Europei, che sono stati investiti meno dalla crisi grazie alla loro mutualità, debbono accrescere e non abbandonare la mutualità dello Stato. francesco zaffuto

immagine – “ultimo equilibrio” china © francesco zaffuto link

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LA CRISI 2009

TERREMOTO E ASSICURAZIONI


20/04/09

Le compagnie assicurative che fino ad oggi in Italia hanno preferito non assicurare le case per i danni causati dai terremoti, oggi fiutano un grande affare: “Una assicurazione obbligatoria per tutte le case d’Italia”. Stanno cominciando a studiare attorno a questa grande possibilità. Ecco come si esprime in proposito il presidente dell’Ania, Fabio Cerchiai ( da una articolo apparso oggi 20 aprile 09 sul Corriere della sera)
«Abbiamo calcolato che per un appartamento medio di 90-120 metri quadri l’assicurazione costerebbe, sempre ovviamente nella media, 15 euro al mese. Più o meno dai 100 ai 250 euro all’anno».
« Il tetto rimborsabile per ciascuna abitazione sarebbe di 150 mila euro. Il totale dei premi riscossi in un anno, ipotizzando una cifra media di 150 euro per ognuna dei 27 milioni di abitazioni civili esistenti in Italia, dovrebbe aggirarsi sui 3 miliardi e mezzo”.
«Secondo noi il modello francese è quello preferibile. Il primo livello vede in azione le compagnie assicurative che coprirebbero fino ad un certo ammontare, quindi entrerebbero in campo le società di riassicurazione e infine come assicuratore di terzo livello, cioè in grado di coprire i danni più ingenti delle eventuali catastrofi, per esempio sopra i 6 miliardi di euro, lo Stato. A cui comunque andrebbe nel frattempo una percentuale dei premi riscossi».
Le dichiarazioni di Cerchiai sono a ruota di quanto dichiarato dal ministro Brunetta (da un articolo apparso sul Messaggero
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=54267&sez=HOME_INITALIA&ctc=120&ordine=desc
«Non una nuova tassa, ma un modo per contrastare la miopia e l'egoismo dei singoli e delle istituzioni»:
«Abbiamo bisogno di qualcosa che ci incentivi ad essere virtuosi - dice il ministro. Il sistema assicurativo obbligherebbe invece alla responsabilizzazione di tutti: sia cittadini che enti locali sarebbero interessati a costruire bene per pagare meno l'assicurazione grandi rischi. Se le città fossero tutte assicurate sarebbero tutte più sicure, i governi locali sarebbero indotti a controllare e lo Stato, come garante in ultima istanza, pagherebbe di meno. L'assicurazione obbligatoria sarebbe un modo per contrastare la miopia e l'egoismo dei singoli e delle istituzioni».
Intanto sia chiara una cosa: pagare una assicurazione non implica nei fatti l’eliminazione di un rischio ma solo la copertura di un rischio. Gli incidenti stradali non sono evitati per l’esistenza dell’assicurazione obbligatoria, sono solo coperti dall’assicurazione; gli automobilisti continuano ad eccedere nella velocità e i morti ci sono lo stesso; diminuiscono gli incidenti in relazione ai divieti e ai controlli. La diminuzione delle vittime per causa terremoto si può avere solo adeguando i vecchi stabili con interventi antisismici e costruendo le nuove case con le migliori tecnologie antisismiche; il pagamento di una assicurazione può solo coprire i danni a chi è rimasto vivo. Se poi si vuole istituire un fondo assicurativo per le case in Italia non si capisce perché lo si debba dare in mano ai privati. Non si capisce perché dovrebbe far schifo pagare una “tassa” allo Stato per una forma assicurativa pubblica e dovrebbe essere meno indolore pagare un “premio” a delle compagnie private. Sappiamo tutti che le compagnie assicurative private vorranno in qualche modo guadagnarci e ci faranno pagare più dello Stato. Infine il rischio sismico in Italia non è uguale a quello che si può avere in Francia e in Germania e nei fatti andrebbe sempre a ricadere per la gran parte sullo Stato; allora ogni ipotesi di fondo assicurativo è meglio che sia pubblica.
francesco zaffuto
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(immagine – “angoscia del futuro” cera e china © francesco zaffuto link Altre allegorie)
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atricoli collegati in queto blog Angoscia del futuro - terremoto in Abruzzo

giovedì 16 aprile 2009

Fermiamo la produzione dei cacciabombardieri JSF

16/04/09
PER GLI ULTIMI AGGIORNAMENTI
AL 20 maggio 09
VAI AL SITO DI
http://www.unimondo.org/Notizie/Italia-al-via-la-campagna-Stop-agli-F35-una-spesa-da-15-miliardi-di-euro

In questi giorni il governo italiano sta chiedendo al parlamento il parere positivo alla continuazione della produzione di 131 caccia bombardieri Joint Strike Fighters che impegneranno il nostro paese fino al 2026 con una spesa di quasi 14 miliardi di euro.Si tratta di una decisione irresponsabile sia per la politica di riarmo che tale scelta rappresenta, sia per le risorse che vengono destinante ad un programma sovradimensionato nei costi sia per la sua incoerenza (si tratta di un aereo di attacco che può trasportare anche ordigni nucleari) con le autentiche missioni di pace del nostro paese.In un momento di grave crisi economica in cui non si riescono a trovare risorse per gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e vengono tagliati i finanziamenti pubblici alla scuola, all'università e alle politiche sociali, destinare 14 miliardi di euro alla costruzione di 131 cacciabombardieri è una scelta sbagliata e incompatibile con la situazione sociale del paese.Sbilanciamoci chiede al parlamento di dare parere negativo alla prosecuzione del programma, destinando in alternativa una parte delle risorse già accantonate a programmi di riconversione civile dell'industria bellica e agli interventi delle politiche pubbliche di cooperazione internazionale, che la scorsa manovra finanziaria ha tagliato di ben il 56%.Con 14 miliardi di euro si possono inoltre fare molte altre cose in alternativa. Ad esempio si possono contemporaneamente costruire 5000 nuovi asili nido, costruire un milione di pannelli solari, dare a tutti i collaboratori a progetto la stessa indennità di disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa integrazione a tutte le piccole imprese.Il parlamento faccia una scelta di pace e di solidarietà; blocchi la prosecuzione del programma. Destini le risorse alla società, all'ambiente, al lavoro, alla solidarietà internazionale.

VAI ALLA PAGINA DEL SITO Sbilanciamoci per aderire all’appello

http://www.sbilanciamoci.org/index.php?option=com_content&task=view&id=986
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(immagine – “dopo la fine” acquarello © francesco zaffuto link Altre allegorie)

mercoledì 15 aprile 2009

Appello per il Teatro e la Musica Classica in TV

post del 15/04/09
(la lettera che segue viene inviata automamente da singoli o da gruppi che ne condividono il contenuto)
Al Presidente della Rai Paolo Garimberti
SEDE RadioTelevisione Italiana
viale Mazzini 14
00195 Roma

Lettera aperta
Promuovere un appuntamento fisso settimanale in prima serata, in uno dei canali televisivi, da dedicare al teatro e alla musica classica
Sig. Presidente,
Lei certamente ricorderà che la televisione italiana nei suoi primi anni di vita si fece promotrice del teatro e della musica classica. Oggi, inseguendo gli indici di ascolto, gli interessi della pubblicità, l’imitazione delle reti private, ha relegato gli appuntamenti con il teatro e la musica classica ad impegno marginale, sporadico e in tarda serata. La televisione pubblica, nella sua fase iniziale, pur dotata di minori mezzi, ci mise in contatto con autori di teatro classici e moderni, ci diede l’opportunità di conoscere grandi interpreti; ancora oggi certe vecchie registrazioni sono considerate un patrimonio culturale e costituiscono fonti uniche di documentazione relativamente a grandi interpreti.
I cittadini italiani possono certamente fruire del teatro recandosi nei teatri e fruire della musica classica recandosi nelle strutture esistenti; ma Lei ben sa che il nostro paese è formato da grandi città dove esistono teatri e luoghi per fruire della musica, ma anche da tante piccole città e piccoli paesi dove non esiste alcuna struttura. Il ruolo di promozione culturale della televisione per il teatro e la musica classica è estremamente necessario. Inoltre, Sig. Presidente, un appuntamento fisso per il teatro e la musica classica in televisione diventa promozionale anche per tutti coloro che lavorano nel teatro e nella musica classica e può portare ossigeno a settori che soffrono per limitati investimenti. Sicuramente un impegno in tal senso troverà collaborazione nel mondo del teatro e della musica classica; in termini di spesa potrà costare anche meno di certi spettacoli che attualmente vediamo in televisione; in termini di crescita culturale avrà ricadute notevoli sui giovani e sulla scuola; può mettere in movimento processi culturali imitativi tra i giovani. Gli indici di ascolto andranno gradualmente a salire; il gusto per la cultura si affina attraverso la fruizione della cultura stessa.
I cittadini che pagano il canone televisivo hanno il diritto ad almeno un appuntamento settimanale fisso in prima serata in una delle tre reti TV con il Teatro e la Musica Classica.
SICURAMENTE SI PUO’ FARE
SICURAMENTE E’ DOVEROSO FARLO
Cordiali saluti
firma nome e cognome indirizzo o denominazione gruppo
Il presente appello è riportato anche nei siti:
(immagine – “ invito a pranzo” china © francesco zaffuto)

mercoledì 8 aprile 2009

Angoscia del futuro - terremoto in Abruzzo


08/04/09


Non ci sono parole per descrivere l’angoscia di chi ha perso i propri cari e la propria casa. Giornali e televisioni si sprecano a descrivere il dolore visibile, ma il dolore invisibile dell’anima è enorme.
Ora è il momento dei soccorsi e della solidarietà.
Immediatamente dopo si debbono costruite delle strutture abitative in legno di soccorso e va iniziato un progetto di ricostruzione antisismica dell’Aquila che non cancelli la storia di quella città.
Ma quando il tempo sarà passato e si rincorreranno nel nostro paese nuove brutte notizie, esiste il rischio di dimenticare. Abbiamo dimenticato Messina, il Belice, Gemona, l’Irpinia. Questo ultimo disastro non dobbiamo dimenticarlo.
Il disastro dell’Aquila deve modificare la cultura degli italiani sulla casa di abitazione e sugli edifici pubblici. Deve nascere e consolidarsi la consapevolezza che abitiamo un paese a rischio sismico. Questa consapevolezza deve essere un preciso dovere per chi si dedica alla politica.
Chi acquista una casa è meglio che risparmi sulle mattonelle di abbellimento e spenda quello che c’è da spendere in materia di calcestruzzo e strutture di sicurezza
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Sul piano tecnologico dobbiamo migliorare le nostre tecniche prendendo esempio da altri paesi a tecnologia avanzata nel settore antisismico come il Giappone.
E’ necessario un piano di intervento antisismico che deve impegnare la politica del futuro con carattere di priorità; un impegno di lungo periodo che deve vedere la necessaria collaborazione di tutte le intelligenze tecniche e scientifiche.
Vanno effettuati controlli rigorosi in sede di progettazione edilizia e in sede di realizzazione.
Vanno combattuti gli aspetti di lavoro in nero che spesso sono prassi nel settore edilizio.
Sul piano della ricerca scientifica non devono essere sottovalutate le ricerche in materia di previsione dei terremoti più gravi (compresi gli studi del ricercatore Giuliani).
Un piano per l’Aquila e un piano di lungo periodo per tutta l’Italia. Un piano edilizio che non faccia perdere la bellezza e la storia delle nostre città, Ma la politica deve liberarsi dalla ignoranza, dalla corruzione e dalla speculazione.
francesco zaffuto
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(immagine – “angoscia del futuro” cera e china © francesco zaffuto link Altre allegorie)

mercoledì 1 aprile 2009