giovedì 29 aprile 2010

Buon 1° Maggio


Siamo all’assurdo, per difendere la festa del primo maggio occorrerà scioperare in comuni amministrati dalla sinistra.

A Milano il sindaco Moratti fa marcia indietro, i negozi rimarranno chiusi: «Per rispetto della Festa del Lavoro, così come chiesto dai sindacati e in accordo con i partecipanti al tavolo sicurezza, vista la concomitanza con le manifestazioni del Primo Maggio ho convenuto di non concedere la deroga per l'apertura straordinaria dei negozi», questa scarna nota del sindaco Moratti e fa notare che la preoccupazione principale è l’ordine pubblico nel centro di Milano.
Il 1° Maggio nessuna meraviglia se in diversi comuni amministrati dalla Lega (come Monza o Cittadella) i negozi rimarranno aperti, ma brilleranno con le aperture i comuni amministrati dalla sinistra: Firenze, con il suo sindaco rampante “di sinistra” manterrà gli esercizi aperti, anche Genova e Torino. Cari amici della cosiddetta sinistra democratica, se vi annullate da soli evitate di lamentarvi per i risultati elettorali?

Nei giorni passati, quando si sapeva di queste scelte, i sindacati hanno reagito timidamente, ora stanno cominciando ad alzare la voce: Epifani ha parlato contro le aperture, in diversi comuni ci sono state dichiarazioni di sciopero. La Rdb (rappresentanze sindacali di base) hanno dichiarato sciopero a Bologna, ed anche CGIL, CISL e UIL stanno proclamando iniziative di sciopero in diverse città.
Ci sarebbe da chiedere ad Epifani: PERCHE’ NON PROCLAMI LO SCIOPERO SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE?Ci sarebbe anche da chiedere ai sindacati : QUALE TRATTENUTA CI PUO’ ESSERE PER UNO SCIOPERO DURANTE UNA FESTIVITA’ GIA’ PREVISA? La risposta è nessuna. L’apertura può essere solo facoltativa e di conseguenza il recarsi a lavoro è facoltativo. Ma nei fatti, se manca un’azione sindacale forte , peserà sui lavoratori degli esercizi commerciali il solito benevolo ricatto del datore di lavoro.
29/04/10 francesco zaffuto

martedì 27 aprile 2010

PER NON DIMENTICARE CHERNOBYL



24 ANNI DOPO assistiamo all’incontro Berlusconi – Putin e alle loro promesse di rinverdire il Nucleare
a Roma ieri 26 aprile si è svolto un
Sit-in e raccolte firme a Roma per ricordare il disastro di Chernobyl e dire no alle nuove centrali in Italia


Un appello al governo italiano per non dimenticare e non commettere gli errori del passato nell'ambito del nucleare.
Lo ha lanciato Greenpeace, nel giorno del 24esimo anniversario del disastro della centrale di Chernobyl (guarda il video)
che il 26 aprile del 1986 fu teatro di un'esplosione.
I Verdi, sempre davanti a Montecitorio, hanno simulato l'incidente dell'86.
INTANTO BERLUSCONI CI PROMETTE CENTRALI PER IL 2013,
MA LUI CI SARA’ ANCORA?
NON CREDO PROPRIO
BERLUSCONI NEL 2013 NON CI SARA’ PIU’ANCHE LUI FINIRA’
SI SONO ESTINTI I DINOSAURI
NULLA E’ ETERNO

24 anni dopo un nuovo libro sui dati dei decessi per Chernobyl
http://www.progettohumus.it/public/forum/index.php?topic=1405


Ricordo ancora quei giorni dell’aprile del 1986 e quelli che seguirono in maggio, con le notizie tremende che si accavallavano; scrissi alcuni versi che, scusate, vi propongo in lettura

Chernobyl

Nano curie
pico curie
rem
Cosa è aumentato?
Non so
Ma certamente
è diminuito
il piacere di vivere


maggio 1986


E

E
mi domando se sei stanco
E
ancora non sei stanco
E
mi domando del sole
degli alberi
E
allarghi le braccia sconsolate
E
mi domando del fuggito
dei tuoi figli
dell’acqua
del pane
E
l’occhio sta disperso
E
la parola muta

maggio 1986

Uomini e topi


C’è chi ha comprato un rifugio antiatomico
Lo ha sistemato sottoterra nel giardino della propria villetta
Morirò
“trafitto da un raggio di sole”
ai primi timidi bagliori dell’alba
moriremo guardando il cielo
disintegrati nell’azzurro
Pochi altri vivranno
chiusi come topi nei cunicoli dei loro bunker
contando i giorni
masticando scatolette di vecchie carni
tenendo stretto il gruzzolo d’oro
salvato all’ultimo momento
nascosto tra l’ispida pelle di ratto

giugno 1986

27/04/10 francesco zaffuto


immagine sugli effetti di Chernobyl tratta da
http://www.focus.it/natura/ambiente/gallery/Le_citta_piu_inquinate_del_mondo.aspx

domenica 25 aprile 2010

Il 1° Maggio è festa e non si lavora



Preparatevi una torta alle fragole rosse e non metteteci sopra lo zucchero a velo, non fate come quelli che hanno sempre paura del comunismo, le fragole sono rosse perché sono fragole e rosse debbono restare. Gli ingredienti comprateli il giorno prima e non dimenticate anche di comprare anche una buona bottiglia di vino rosso. Non andate a fare la spesa il 1* Maggio, perché il primo maggio è festa.Torino e Genova, Cagliari e Palermo, Monza e Milano, comuni di destra e comuni di sinistra vogliono tenere i negozi aperti il 1* Maggio: prima le ragioni del commercio, del consumo, della produttività, della crisi; poi la festa dei lavoratori.
I sindacati protestano debolmente, molto debolmente. Diciamo pure che nei casi di Torino e di Genova, comuni amministrati dalla sinistra, si può presumere una condivisione dei più importanti sindacati.
Nei fatti i dipendenti degli esercizi commerciali saranno posti nella condizione di non poter godere della festività del 1* Maggio, per loro sarà una giornata di lavoro come tutte le altre. Anche lo stesso clima da supermercato aperto darà la sensazione di una qualsiasi giornata feriale.
Il commercio non si può considerare un servizio essenziale come l’ospedale, la sicurezza e i trasporti. Si può fare la spesa il giorno prima e il giorno dopo la festività.
Riguardo poi alla scusa della crisi, la ragione è ancora più vana, è una pia illusione quella che i consumi globali possano crescere per un giorno festivo di apertura. I consumi sono calati perché la domanda di chi ha redditi bassi è calata. Annullare e mortificare una festività può influire solo negativamente sui consumi globali. Se si considera il 1* Maggio come una festività importante si mettono in funzione una serie di atti di consumo in preparazione della festa, se si considera il 1* Maggio come una giornata qualsiasi, si andrà come al solito a fare il giro nei supermercati per tornarsene a casa con la stessa scatola di pomodoro pelati di 50 centesimi
25/04/10 francesco zaffuto

LA STORIA DEL 1° MAGGIO (tratto da http://www.lomb.cgil.it/primo_maggio.htm )

Le originiDal congresso dell'Associazione internazionale dei lavoratori - la Prima Internazionale - riunito a Ginevra nel settembre 1866, scaturì una proposta concreta: "otto ore come limite legale dell'attività lavorativa".A sviluppare un grande movimento di lotta sulla questione delle otto ore furono soprattutto le organizzazioni dei lavoratori statunitensi. Lo Stato dell'Illinois, nel 1866, approvò una legge che introduceva la giornata lavorativa di otto ore, ma con limitazioni tali da impedirne l'estesa ed effettiva applicazione. L'entrata in vigore della legge era stata fissata per il 1 Maggio 1867 e per quel giorno venne organizzata a Chicago una grande manifestazione. Diecimila lavoratori diedero vita al più grande corteo mai visto per le strade della città americana.Nell'ottobre del 1884 la Federation of Organized Trades and Labour Unions indicò nel 1 Maggio 1886 la data limite, a partire dalla quale gli operai americani si sarebbero rifiutati di lavorare più di otto ore al giorno.

1886: I "martiri di Chicago"Il 1 Maggio 1886 cadeva di sabato, allora giornata lavorativa, ma in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti 400 mila lavoratori incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo in 80 mila. Tutto si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione si fece sempre più acuta. Il lunedì la polizia fece fuoco contro i dimostranti radunati davanti ad una fabbrica per protestare contro i licenziamenti, provocando quattro morti. Per protesta fu indetta una manifestazione per il giorno dopo, durante la quale, mentre la polizia si avvicinava al palco degli oratori per interrompere il comizio, fu lanciata una bomba. I poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono otto morti e numerosi feriti. Il giorno dopo a Milwaukee la polizia sparò contro i manifestanti (operai polacchi) provocando nove vittime. Una feroce ondata repressiva si abbatté contro le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori, le cui sedi furono devastate e chiuse e i cui dirigenti vennero arrestati. Per i fatti di Chicago furono condannati a morte otto noti esponenti anarchici malgrado non ci fossero prove della loro partecipazione all'attentato. Due di loro ebbero la pena commutata in ergastolo, uno venne trovato morto in cella, gli altri quattro furono impiccati in carcere l'11 novembre 1887. Il ricordo dei "martiri di Chicago" era diventato simbolo di lotta per le otto ore e riviveva nella giornata ad essa dedicata: il 1 Maggio.

1890: 1 maggio, per la prima volta manifestazione simultanea in tutto il mondoIl 20 luglio 1889 il congresso costitutivo della Seconda Internazionale, riunito a Parigi, decise che "una grande manifestazione sarebbe stata organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente i tutti i paesi e in tute le città, i lavoratori avrebbero chiesto alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore".La scelta cadde sul primo Maggio dell'anno successivo, appunto per il valore simbolico che quella giornata aveva assunto.In Italia come negli altri Paesi il grande successo del 1 Maggio, concepita come manifestazione straordinaria e unica, indusse le organizzazioni operaie e socialiste a rinnovare l'evento anche per 1891.Nella capitale la manifestazione era stata convocata in pazza Santa Croce in Gerusalemme, nel pressi di S.Giovanni. La tensione era alta, ci furono tumulti che provocarono diversi morti e feriti e centinaia di arresti tra i manifestanti.Nel resto d'Italia e del mondo la replica del 1 Maggio ebbe uno svolgimento più tranquillo. Lo spirito di quella giornata si stava radicando nelle coscienze dei lavoratori.

1891: la festa dei lavoratori diventa permanenteNell'agosto del 1891 il II congresso dell'Internazionale, riunito a Bruxelles, assunse la decisione di rendere permanente la ricorrenza. D'ora in avanti il 1 Maggio sarebbe stato la "festa dei lavoratori di tutti i paesi, nella quale i lavoratori dovevano manifestare la comunanza delle loro rivendicazioni e della loro solidarietà".

Il primo maggio durante il fascismo
Nel nostro Paese il fascismo decise la soppressione del 1 Maggio, che durante il ventennio fu fatto coincidere il con la celebrazione del 21 aprile, il cosiddetto Natale di Roma. Mentre la festa del lavoro assume una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse (dal garofano rosso all'occhiello, alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alla riunione in osteria) l'opposizione al regime. Il 1 Maggio tornò a celebrarsi nel 1945, sei giorno dopo la liberazione dell'Italia.

1947: L'eccidio di Portella della Ginestra
La pagina più sanguinosa della festa del lavoro venne scritta nel 1947 a Portella della Ginestra, dove circa duemila persone del movimento contadino si erano date appuntamento per festeggiare la fine della dittatura e il ripristino delle libertà, mentre cadevano i secolari privilegi di pochi, dopo anni di sottomissione a un potere feudale. La banda Giuliano fece fuoco tra la folla, provocando undici morti e oltre cinquanta feriti. La Cgil proclamò lo sciopero generale e puntò il dito contro "la volontà dei latifondisti siciliani di soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori".La strage di Portella delle Ginestre, secondo l'allora ministro dell'Interno, Mario Scelba, chiamato a rispondere davanti all'Assemblea Costituente, non fu un delitto politico. Ma nel 1949 il bandito Giuliano scrisse una lettera ai giornali e alla polizia per rivendicare lo scopo politico della sua strage. Il 14 luglio 1950 il bandito fu ucciso dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, il quale a sua volta fu avvelenato in carcere il 9 febbraio del 1954 dopo aver pronunciato clamorose rivelazioni sui mandanti della strage di Portella.

sabato 24 aprile 2010

25 aprile, sapessi come è strano tutti uniti a Milano


Napolitano e Berlusconi uniti a Milano. Già si parla di nuovo clima.

Un lungo applauso al lungo discorso di Napolitano alla Scala.
Il Presidente della Repubblica ha percorso la lunga pagina della Storia; ha ricordato Pertini, ha ricordato come i momenti di coincidenza della Resistenza del nord con l’avanzata delle truppe americane portarono alla riunificazione del paese. Per il presente Napolitano ha indicato come bene più prezioso l’unità nazionale e le stesse autonomie federali vanno poste come elemento dell’unità stessa. Nella sua vocazione di unità e di concordia è arrivato a citare lo stesso Berlusconi per le frasi pronunciate ad Onna l’anno scorso «Il nostro Paese ha un debito inestinguibile - ha detto un anno fa in un impegnativo discorso ad Onna il presidente del Consiglio - verso quei tanti giovani che sacrificarono la vita per riscattare l'onore della patria». Berlusconi - ha ricordato Napolitano, ricordò «con rispetto "tutti i caduti, senza che questo significhi neutralità o indifferenza"». «Si tratta in effetti - ha sostenuto il Capo dello Stato - di celebrare il 25 aprile nel suo profondo significato nazionale; ed è così che si stabilisce un ponte ideale con il prossimo centocinquantesimo anniversario della nascita dello Stato unitario».

La scenografia di questo 25 aprile viene presentata come premessa di un nuovo clima, ma nel nostro paese c’è un clima pessimo con pericolose lacerazioni: la Costituzione nata dal 25 aprile
viene considerata vecchia e gli uomini stessi che rappresentano diversi istituti costituzionali si preparano a disfarli.
Uno degli istituti che viene più criticato è quello della Presidenza della Repubblica eletta dal Parlamento come simbolo dell’unità nazionale.
L’istituto della Presidenza della Repubblica con l’elezione da parte dei due rami del Parlamento nei fatti ha partecipato ad assicurare più di sessanta anni di stabilità istituzionale; il suo potere, limitato sotto gli aspetti ordinari e sostanziale in particolari momenti di crisi, ha permesso di ammortizzare alcuni gravi conflitti.
Una Presidenza della Repubblica direttamente espressa con voto popolare in Italia determinerebbe l’elezione di un "Capo" strettamente di parte. In questi ultimi anni il solo procedere verso l’indicazione elettorale del "Capo di coalizione" ha fatto emergere elementi di tracotanza e prevaricazione che non sono certo un buon sintomo per il futuro.
Tanto potere ad un solo uomo nel nostro paese ci portò agli aspetti nefandi della dittatura totalitaria fascista. Il 25 aprile è una data che ci ricorda quanto fu grave quel disastro.
24/04/10 francesco zaffuto
immagine - vecchia foto della Liberazione a Bologna

giovedì 22 aprile 2010

Il trauma di Fini che incontra Mussolini


Oggi si è verificato l'evento: Fini incontra Mussolini e ne è rimasto fortemente traumatizzato. E' stato interrotto, bacchettato, invitato ad abbandonare il Partito Unico. Il Duce ha fatto sentire tutta la sua forza. Fini promette scintille in Parlamento, certo non farà la fine di Matteotti i contorni della Storia sono diversi; ma il suo Mussolini è arrivato. Una qualche riflessione sulle riforme istituzionali e sul presidenzialismo in Italia è meglio farla ponderatamente. 22/04/10 (f.z.)

domenica 18 aprile 2010

Liberati i tre operatori Emergency

Sono liberi Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani arrestati sabato 10 aprile all'ospedale di emergency di Laskha Gah dopo una perquisizione in cui sono state trovare armi.

"E' fallito il tentativo di screditarci". Così Gino Strada interviene dopo la liberazione degli operatori dell'associazione umanitaria Emergency di cui è fondatore. Operatori della cui innocenza Strada è sempre stato convinto sostenendo che contro Emergency è stata orchestrata una "trappola" in cui "non è ancora chiaro chi l'ha orchestrata o chi l'ha ordinata". Una "cospirazione" fallita dopo otto giorno quando, nel pomeriggio, è arrivata la notizia della liberazione dei tre operatori umanitari.
"I nostri operatori sono assolutamente innocenti, vittime di una cospirazione, e - sottolinea - se cercano persone che hanno commesso dei crimini devono cercare altrove". Il fondatore di Emergency precisa che contro i tre operatori "non sono mai state formulate accuse" e che ora sono dunque cittadini liberi. Ora, dopo aver ascoltato le loro voci, è sicuro che presto torneranno al loro lavoro. "Non ho mai detto di voler lasciare l'ospedale in Afghanistan. So che è l'unica possibilità di cura per migliaia di persone". Ora, conclude Strada, valuteremo il da farsi per capire cosa sia successo".
18/04/10

riportato da
http://www.romagnanoi.it/News/Italia/Estero/Estero/Cronaca/articoli/158406/Liberati-i-3-operatori-di-Emergency.asp

giovedì 15 aprile 2010

Il Banco di Sicilia è una banca del Nord

Diamolo a Bossi, visto che recentemente ha detto:
"E' chiaro che le banche più grosse del nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice prendetevi le banche e noi lo faremo".

In un antico studio Gino Luzzato , “L’economia italiana dal 1861 al 1894”, descrisse il ruolo del Banco di Sicilia come pompa di denaro dal sud verso il nord. Agrari, possidenti e piccoli risparmiatori depositavano presso il Banco di Sicilia, ricevevano come sempre interessi molto limitati, e il Banco di Sicilia nell’operare il credito privilegiava le aziende in decollo produttivo del nord. Non c’era niente di strano, era nella logica del capitalismo, il credito prendeva la strada del migliore investimento; perciò se al sud non c’erano iniziative industriali di sviluppo quel denaro prendeva la via del credito verso il nord, importanti filiali del Banco di Sicilia hanno da circa centocinquanta anni operato nel nord d’Italia, buona parte delle fortune industriali del nord è stata costruita anche con quell’esercizio del credito.

Oggi nell’epoca delle grandi concentrazioni bancarie il Banco di Sicilia è un fantasma di se stesso, già da tempo è caduto nei processi di concentrazione bancaria di Unicredit. Tutti i giornali economici del 14 aprile hanno dato la notizia che il consiglio di amministrazione di Unicredit ha sancito la fusione di sette banche controllate (UniCredit Banca, UniCredit Banca di Roma, Banco di Sicilia, UniCredit Corporate Banking, UniCredit Private Banking, UniCredit Family Financing Bank, UniCredit Bancassurance Management & Administration); si fonderanno nella capogruppo Unicredit S.p.A. Saranno salvaguardati solo per l’immagine tre marchi (UniCredit Banca, UniCredit Banca di Roma, Banco di Sicilia), un modo come l’altro per ricordare ai clienti che stanno continuando a bere la stessa birra.
Nei fatti il Banco di Sicilia smetterà di esistere dal primo novembre 2010, proprio quando sono in scadenza il cda del Banco di Sicilia e i patti parasociali con la Regione Siciliana, che obbligavano il gruppo Unicredit a non intaccare gli organi di autonomia decisionale del banco. Il presidente della Regione siciliana conterà come il due di picche in tema di nomine bancarie presso il Banco di Sicilia.
Nonostante questa realtà che rivela quanto i grandi istituti di credito siano più forti della politica, il leader della Lega Lombarda Bossi ha regalato al suo popolo queste frasi: "E' chiaro che le banche più grosse del nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice prendetevi le banche e noi lo faremo".
Palenzona vice presidente di Unicredit, ha liquidato ogni polemica con questa battuta: "Non lo so, non ho capito bene, bisogna chiederlo a Bossi. Che vuole fare, un'Opa? Il mercato è contendibile”.
Certo se i leghisti si accontentano della nomina di un nuovo amministratore come Piccini, come ha fatto Luca Zaia che ha detto di apprezzare la scelta di un "uomo del Nord", chi si accontenta gode.
In realtà il potere delle Super banche concentrate è diventato enorme; non sono certo dei controllati, sono in realtà i controllori della realtà economica, politica e sociale: assorbono depositi senza dare un becco d’interessi, chiedono interessi a limite dell’usura per il credito concesso, continuano a comprare immobili, pagano ai loro amministratori cifre da capogiro, finanziano tutte le operazione speculative per le aziende che decidono di operare all’estero e per il commercio delle armi, sono in grado di orientare uomini e decisioni della politica.

Controllo della politica sulle banche non significa mettere qualche proprio uomo nei consigli di amministrazione ma legiferare in materia di credito: limitare le grandi concentrazioni bancarie che hanno potato solo aumento degli aspetti speculativi finanziari; determinare un minimo di interesse per i depositanti; limitare gli interessi usurai; esercitare anche un'attività pubblica nel credito senza nessuno scandalo per questa società capitalista; non si capisce perchè si parla tanto di sussidiarietà e si vuole il dominio incontrastato del privato in campo bancario; riportare le Poste ad ente pubblico in collegamento con la Cassa depositi e prestiti.
15/04/10 francesco zaffuto
Un ricordo di attività bancarie leghiste
link suggeriti da libomast
(immagine “la mano nel piatto” fotocomposizione © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/)

mercoledì 14 aprile 2010

I miserabili


sarebbe opportuno per questo argomento scomodare l’anima di Victor Hugo

1° capitolo: Montecchio Maggiore (in provincia di Vicenza) il Sindaco decide di mettere a pane e acqua i bambini della scuola i cui genitori non hanno pagato la retta per la refezione scolastica. Mentre i compagni di classe mangiavano Pasta alla zucca, hamburger, insalata e frutta.

2° Capitolo: Adro (in provincia di Brescia) il Sindaco decide di sbattere fuori dalla scuola per due ore i bambini i cui genitori non hanno pagato la retta per la refezione scolastica. 40 bambini dell’Istituto comprensivo figli dei morosi, dalle 12,10 alle 14,10, dovevano lasciare la scuola per permettere agli altri bambini di mangiare senza rimorsi.

3° Capitolo: Un imprenditore di Adro ha deciso di saldare il debito delle famiglie con la mensa della scuola del paese per porre un urgente rimedio al disagio dei bambini. L'uomo è voluto restare anonimo ed ha spiegato il suo gesto in una lettera. http://www.corriere.it/Media/Foto/2010/04/13/letteracittadinoadro.pdf
Il gratuito gesto di generosità di quest’uomo ricorda quella pagina dei Miserabili di Victor Hugo, quando il prete lascia i candelabri a Jean Valejan.

4° Capitolo: Ma gli assetati di giustizia leghista continuano... L’inaspettato gesto di generosità riapre le polemiche. Il Corriere della sera del 14 aprile dà notizia che 200 genitori autodefinitisi “dissidenti” hanno dichiarato “lo sciopero della retta” inviando in Comune una petizione. «Non siamo un ente assistenziale, facciamo fatica anche noi a far quadrare i conti, ma è un dovere pagare un servizio che ci viene fornito...Poiché la mensa non è un servizio non è obbligatorio accedervi. Mentre è obbligatorio pagare per mangiare. Così o pagano tutti o non pagherà nessuno”. Il gesto di generosità mette a nudo tutta la loro bile.
5° Capitolo: Sarà tutto da scrivere..............

Ma al momento è opportuno ricordare ai genitori paganti e ai sindaci che:


1 Nella scuola pubblica ai bambini va assicurato un uguale trattamento, non ci possono essere bambini lasciati a pane e acqua e non ci possono essere bambini allontanati dalla scuola per due ore.

2 Il tempo pieno di cui si servono è un servizio scolastico m0lto più costoso della mensa, un servizio che paga lo Stato con la fiscalità generale. Pertanto anche chi non ha bambini che vanno a scuola paga i costi del tempo pieno.

3 Il sindaco può procedere contro i morosi con gli strumenti di legge esistente; ma se i genitori sono morosi per reali difficoltà se ne deve fare carico il Comune che è il collettivo sociale più prossimo. Il suo lavoro è anche questo e deve trovare le soluzioni.

4 Ai bambini può bastare un buon piatto caldo di minestra o di pasta e un frutto. Se mangiano un po’ di meno è tutta salute. Per il resto i loro genitori possono riempirli di carne, la sera, il sabato e la domenica. Le mense possono essere bene organizzate con strutture piccole e grande risparmio, senza fare affidamento a rapaci speculatori.
14/04/10 francesco zaffuto
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immagine – Victor Hugo

martedì 13 aprile 2010

Il controllo della S.p.A Italia


Il controllo di una S.p.A. si ottiene con la maggioranza delle azioni. Si può pensare che sia necessario un 51% per controllare la società, niente affatto. Nelle società di capitali molto grandi, una gran parte di capitale è diviso tra una miriade di piccoli azionisti che sono ben convinti di non contare una cicca, di conseguenza non si presentano alla Assemblea ordinaria; ne consegue che al momento del voto in Assemblea il gruppo con maggior numero di azioni riesce ad avere il controllo della società, spesso può bastare uno scarso 20% di azioni ben concentrate in una sola mano; viene nominato l’amministratore delegato e la S.p.A. e sotto il controllo del vincitore.
Nella S.p.A Italia, l’attuale amministratore lamenta di avere pochi poteri che non gli permettono di governare nonostante l’ampio numero di parlamentari della sua maggioranza; vuole che il suo potere possa derivare direttamente dal voto della grande massa degli azionisti.
La grande massa degli azionisti della S.p.A. Italia è ormai è convinta di non contare una cicca: nelle ultime elezioni regionali il 35,8% non è andato a votare (nel ballottaggio delle ultime comunali si è registrata un’assenza addirittura del 41,3%).
L’aspirante amministratore delegato “unico” vanta attualmente il 31% ( si badi bene che detta percentuale è calcolata sui voti espressi e non sul totale degli aventi diritto al voto); se si considera che ha votato per le regionali solo il 64,2%, la percentuale di gradimento non arriva neanche al venti. Ma, come nelle società per azioni, può bastare. In soccorso dell’aspirante amministratore delegato è disponibile il 12% di un alleato e in questo modo la somma diventa il 42% dei voti espressi (anche in questo caso se il 42% si rapporta al totale degli italiani aventi diritto al voto non si arriva al 27%). Le premesse per il controllo della S.p.A. Italia ci sono tutte: l’assenza del 35,8% degli azionisti e tra i voti espressi la grande divisione del 58% dei suoi oppositori.
Fatti questi conti l’aspirante amministratore delegato dichiara di volere riformare tutte le istituzioni della Repubblica tranne la legge elettorale.
13/04/10 francesco zaffuto
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(immagine – “l’uomo del destino” acquerello e isatis © francesco zaffuto link Altre allegorie)

domenica 11 aprile 2010

Il grande dimenticatoio


(I deputati PDL si sono pure dimenticati di andare a votare per il decreto salva - liste)
http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/articolo479009.shtml

Ricordate tutti i patemi d’animo prima delle elezioni per le liste annullate: minacce, improperi, manifestazioni, decreti interpretativi, cause e giudizi. Passate le elezioni tutto è caduto nel grande dimenticatoio. Tutto macinato e dissolto, si aprono nuovi orizzonti di dibattito e scontro.

Eppure quella vicenda aveva messo a nudo che le procedure per la presentazione delle liste erano un colabrodo di contraddizioni: a Milano si erano riscontrate irregolarità formali su firme e autentiche, a Roma accadeva la mancata presentazione della lista PDL per le indecisioni sui candidati fino all’ultimo minuto.
In un paese dove vige il buon senso, prima di passare alle grandi riforme, si dovrebbe sanare con una piccola riforma il difetto riscontrato sulla presentazione delle liste.
Visto che l’ elevato numero delle firme, debitamente autenticate, necessarie per la presentazione delle liste alle elezioni regionali, nei fatti ha determinato la rinuncia di gruppi politici minori e perfino difficoltà ai gruppi politici più grandi.
Visto che il rimaneggiamento continuo delle liste fino all’ultimo minuto ha creato difficoltà.
Si potrebbe varare una piccola, piccola, riforma per:
per un numero contenuto e plausibile di firme,
per stabilire una procedura certa per raccogliere le firme,
per avere liste di candidati definite e allegate prima della raccolta delle firme,
per avere uffici pubblici di autentificazione sempre aperti e disponibili per tutti i cittadini.
Una piccola riforma delle procedure in garanzia di grandi e piccoli gruppi politici.Niente di tutto questo, si passa alle grandi riforme della Repubblica, una Repubblica con un dimenticatoio a misura extralarge
11/04/10 francesco zaffuto

post collegato
Presentazione liste regionali - discussione su for...ma e sostanza

(immagine “aspettando” matita © francesco zaffuto link Altre allegorie)

sabato 10 aprile 2010

Prove di presidenzialismo


Il vestito francese piace a Berlusconi, ma senza ballottaggio


La proposta del modello francese piace a Berlusconi, ma non piace la fatica che deve fare il candidato presidente per vincere il ballottaggio. Ha già fatto i conti: con il suo scarso 31% + 12% della Lega è riuscito a dimostrare di vincere le elezioni regionali (anche se in realtà i suoi consensi si sono abbassati di milioni di voti); questi numeri non bastano sicuramente per vincere un ballottaggio alla francese; potrebbe cadere miseramente sul suo stesso disegno che persegue da anni di repubblica presidenziale.
Allora tutti a studiare il modello per il capo presidente; qualche generale come Fini si è cominciato a stancare; il dibattito politico dei prossimi due anni rischia di concentrarsi solo su questo argomento; le altre riforme istituzionali come l’abbassamento del numero dei parlamentari o il cosiddetto nuovo Senato rischiano di essere messe in ombra dalla tipologia presidenziale.
Intanto, dopo la legge sul legittimo impedimento, sono in cantiere: lodo Alfano con legge costituzionale, processo breve, legge su limite alle intercettazioni telefoniche, eliminazione dell’obbligo dell’azione penale per i PM; tutte misure che in qualche modo interessano Berlusconi.
Occorrerebbe una via di uscita. Forse c’è! Capri! Sì, liberare Berlusconi da tutte le sue pendenze giudiziarie, sganciare questa piccola isola dal territorio nazionale facendola diventare Stato sovrano ben distinto dall’Italia, incoronarlo Imperatore di Capri. Ma, al suo SupeEgo potrebbe bastare?
10/04/10 francesco zaffuto

venerdì 9 aprile 2010

La marcia dei sindaci lombardi



in attesa dei miracoli del federalismo
L’otto aprile, 400 sindaci lombardi si sono radunati in piazza San Babila a Milano per protestare contro il patto di stabilità voluto da Tremonti. L’iniziativa è partita dal sindaco leghista di Varese ed ha avuto una adesione bipartisan anche di sindaci PD. Il sindaco “re di denari” Moratti, non è sceso in piazza con tanti due di picche, ha fatto pervenire la sua solidarietà ed ha preferito avere contatti telefonici ad alto livello con Letta e Tremonti.
Cosa vogliono i sindaci protestanti? Vogliono poter spendere.
Cosa vuole Tremonti con il patto di stabilità? Vuole che non si vadano a sforare i conti, visto che abbiamo gli occhi puntati dell’UE e non possiamo fare la fine della Grecia.
Con chi possiamo schierarci, noi cittadini?
E’ una buona scelta quella del PD, di accodarsi con i propri sindaci a una manifestazione promossa dalle Lega?
Provo a fare memoria almeno di alcuni fatti.
Il primo atto nei fatti di federalismo fiscale fatto da questo Governo (PDL – Lega) fu quello di abolire l’ICI sulla prima casa, subito dopo la vittoria elettorale alle politiche del 2008. Un atto che non aveva niente di federale visto che andava a toccare un’imposta che per definizione era nata come imposta comunale. Occorreva mantenere la promessa fatta da Berlusconi a tutti gli italiani. La mancata entrata doveva in qualche modo riflettersi sui comuni. Gli effetti cominciano ora a ben delinearsi.
Un altro atto federale di questo Governo (PDL – Lega) è stato quello di salvare dalla bancarotta un comune amministrato allegramente dal PDL, come quello di Catania.
Riguardo al federalismo fiscale i grandi strateghi di Lega e PDL prevedono una realizzazione in circa otto anni; nello stesso tempo gli strateghi locali protestano, come se non fossero soci dello stesso Governo. Otto anni di indecisione amministrativa possono mandare in malora l’intera nazione.
Vanno da subito evidenziate le linee dell’imposizione fiscale locale e le linee dell’imposizione fiscale nazionale. Vanno stabiliti dei principi chiari della pubblica amministrazione locale: all’amministrazione locale va assolutamente proibita la possibilità di indebitarsi con banche private. Non si può accettare che una amministrazione spenda per più di quello che ha e non si può accettare che possa lasciare un debito a futuri amministratori.
La cosa meno comprensibile è l’adesione alla protesta di sindaci PD, come se la categoria dei sindaci non fosse politica e sia diventata una qualsiasi categoria di lavoratori. L’opposizione ha il dovere di fare chiarezza sulle responsabilità.
09/04/10 francesco zaffuto

giovedì 8 aprile 2010

Un saluto a Totò Petix


Un saluto al compagno Totò Petix deceduto recentemente. Aveva solo 58 anni, ma almeno 40 di questi suoi anni l’ha dedicati alla politica; nel senso che ha donato alla politica la sua fatica e i suoi sentimenti di solidarietà umana. Lo ricordo ancora giovane per qualche lunga discussione sul: che fare. Lo ricordano amici e compagni che possono testimoniare il suo impegno fino alle più recenti battaglie:

Se c’è qualche battaglia sindacale da condurre nell’aldilà possiamo di nuovo incontrarlo.
Un caro saluto Totò
francesco zaffuto

mercoledì 7 aprile 2010

OK di Napolitano, l’impedimento è legittimo




Il Presidente della Repubblica Napolitano (forse l’ultimo Presidente eletto dal Parlamento, considerata la corsa alle riforme) firma la Legge sul legittimo impedimento.
La mancata firma di Napolitano sulle modifiche all’art. 18 poteva essere intesa come il presagio di un cambio di registro; niente il registro è lo stesso usato per il lodo Alfano: si firma, si firma, si firma.
Da questo momento il Presidente del Consiglio Berlusconi e i suoi ministri potranno rinviare qualsiasi udienza processuale, basterà certificare con propria certificazione che hanno degli impegni di Governo. I magistrati non potranno certo entrare nel merito degli impegni; una qualsiasi inaugurazione con taglio di nastro di una strada provinciale può bastare.
LO POTRANNO FARE PER 18 MESI. Nei fatti ci sono tutti gli elementi per non fare i processi a Berlusconi da qui alla prossima scadenza elettorale politica fra tre anni.
Se il lodo Alfano, bocciato dalla Corte Costituzionale, prevedeva un rinvio dei processi per tutta la durata del mandato per sole quattro cariche dello Stato; ora con questa legge si ottiene lo stesso effetto per tutti i membri del Governo.
Di Pietro annuncia il ricorso al Referendum: «Cosa fatta capo ha» si limita a dire per evitare di parlare di Napolitano; «Per quanto ci riguarda - aggiunge - non perderemo neppure un momento a disquisire di chi sia la colpa e, soprattutto, a chi giovi questo provvedimento che riteniamo incostituzionale e immorale. Per questo, chiederemo direttamente ai cittadini, tramite referendum, come abbiamo fatto con il lodo Alfano, se sono d'accordo sul fatto che in uno stato di diritto, come riteniamo debba essere il nostro, si possa accettare che alcune persone non vengano sottoposte a processo come succede a tutti gli altri cittadini quando vengono accusati di aver commesso un reato». http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=97285&sez=HOME_INITALIA
Cosa dire? La legge è ancora uguale per tutti? Sì, forse, ma con calma, con molta calma. Nel frattempo occorre lasciare lavorare i grandi manovratori che debbono dare un’aggiustatina alla Repubblica.
07/04/10 francesco zaffuto
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(immagine “venerazione” matita © francesco zaffuto link Altre allegorie)